domenica 19 luglio 2015

Lulù - l'importanza della disperazione



Una delle prime cose che ho pensato quando Lulù mi ha lasciato è che non avrei mai avuto la forza di scrivere di lei. Una resa non molto Yoga, verrebbe da pensare. In fondo è una storia di amore e di fine di un amore come tante, densa di attaccamento e di sentimenti controversi. Sono passate nemmeno due settimane, e mi trovo a scrivere di lei.

Lulù è una cavia. Una "pantegana", come la chiamavo io. Era malata da quasi due anni, una cardiopatia grave, durante la quale ci siamo inevitabilmente innamorati; visite specialistiche fuori città, operazioni ai limiti dell'eseguibile. In questi due anni siamo diventati una cosa sola, abbiamo firmato un patto invisibile sul quale era scritto che non ci saremmo separati mai. Mai, nonostante la separazione fosse sempre lì, dietro l'angolo, perchè era malata, e alata parecchio, e con un entusiasmo incredibile abbiamo cercato di evitare l'inevitabile con tutto l'impegno possibile.

L'ultima volta che siamo andati a fare una delle nostre visite "esoteriche" - ECG, prescrizione di viagra (giuro!) e ulteriore legna lanciata nel fuoco della speranza - la guardavo, mentre tornavo. Era accanto a me, in auto, e mangiava fieno stando seduta comodamente. Il corpo non più quello di quando l'avevo presa: grassa, forte e arrogante, decisamente un leader nel reparto cavie.

Adesso no, adesso era dimagrita e molto educata; era diventata brava a farsi fare le analisi: quando la giravamo per l'ecografia rimaneva ferma, aspettava con pazienza. Pazienza, sì: era quello che traspariva dal suo attendere di essere riportata nella posizione più naturale. Eppure la pazienza è umana.

In questi giorni, non ricordo nemmeno cosa stavo leggendo, mi ha colpito una frase: gli animali non sono in grado di meditare, solo gli uomini possono. Adesso penso a quanto siamo stati bravi a curarla: veterinari intelligenti e coraggiosi, una casa piena d'amore e tante trasferte per cercare di capire se si poteva fare qualcosa; si poteva sempre fare qualcosa, io ci credevo davvero, sempre. Facevo progetti per la sua sistemazione nella nuova casa, pensavo al Natale e a come sarebbe stata ancora fra noi, forse la sua malattia poteva essere contenuta fino a una morte naturale che nel mio cuore non sarebbe avvenuta mai, perchè la Lulu aveva superato una cardiocentesi e aveva risposto bene a terapie e farmaci, e tutto era bello e tutto andava avanti.

Poi la Lulù è diventata una "non Lulù"; un'assenza costante, che distrae e che più che far riflettere stordisce; la fase delle lacrime ha lasciato spazio a una fase diversa, in cui sono sicuro che le cose vanno avanti, a dispetto di tutto. Ci siamo amati, e adesso mi trovo ad amare non so che cosa, non so dove, un essere che non mi ha mai detto una parola, e onestamente mi chiedo se stia realmente andando avanti o no. Passo oltre.

L'importanza della pratica si evidenzia in momenti come questo. In questi due anni ho pregato con tutto il cuore che le cose andassero bene. Bene in un modo incredibile e paranormale, bene in un modo nel quale io e Lulù siamo ancora insieme, e non solo adesso, anche tra vent'anni. Io continuo a invecchiare e lei pure, continuano le nostre scorribande dal veterinario, la situazione peggiora, ma in modo asintotico non arriva mai alla fine, e continuiamo a oscillare, ad aver paura e a pregare, sempre insieme, consapevoli che la fine non può arrivare mai.

Maya non ha nessuna pietà, però, e segue le sue leggi, quelle rigide, quelle che non si possono violare, finchè stiamo in Maya. Quando pratico adesso le cose sono molto più interessanti, e devo rallentare sempre di più per ottenere qualcosa. Perchè il cuore è rapito da una sofferenza, una sorta di ansia che non si spegne, un incubo dal quale non ti svegli mai, perchè il sogno, quello in cui lei c'è ancora, è solo il sogno, e mi risveglio nell'incubo in cui lei non c'è.

Eppure, rallentando ulteriormente e praticando di più, ascoltando il respiro, e cercando di andare sempre più in profondità, scorgo sempre più da vicino qualcosa di Lulù, dentro di me, ma reale e tangibile, come se fosse ancora lì. Ci vuole un pò di tempo e molta pazienza. Una pazienza che ho solo quando sono disperato. Quando mi arrendo. Adesso che lei non c'è, adesso che non ho il suo corpo, che mi è sfuggita come sabbia tra le dita, dopo un pò che mi concentro sul respiro o sul buio intriso di luce fumosa che vedo quando chiudo gli occhi, mi rendo conto che forse, in qualche modo, lei è ancora lì, in un "lì" così vicino al mio cuore che se respiro troppo forte rischio quasi di toccarla. Continuerò ad ascoltare, in attesa che sia lei a fare la prima mossa.