domenica 31 agosto 2014

Sadhana Pada - Sutra 2: Perchè la disciplina?

Per sviluppare la coscienza del samadhi e allo scopo di ridurre la causa delle afflizioni (si pratica il kriya yoga)
Al solito, sono piuttosto confuso. La pratica del kriya yoga ha come scopo lo sviluppo del samadhi e la riduzione dei klesha. I klesha sono le afflizioni, e rifletto, mentre leggo il commento, sulle mie afflizioni: piccole questioni di lavoro, cose che non distruggono la mia vita onestamente. In ogni caso potrei non capire e non riconoscere quanto sono afflitto, quindi procedo. Partiamo dal presupposto che io sia pieno di afflizioni, e che il kriya yoga, che pratico come regolarmente, abbia come secondo scopo (il primo è il samadhi) quello di ridurre le afflizioni, ovvero i klesha.

In qualche modo la pratica del kriya yoga non combatte direttamente i klesha, ma c'è uno step intermedio: in sostanza lavora direttamente sulle cause dei klesha. Da questo sutra si evince immediatamente che la pratica del kriya yoga sia in grado di portare grandi cambiamenti, ma anche qui l'entità del cambiamento è vaga, forse è una questione di linguaggio: non viene specificato se il cambiamento avviene nella mente, nel corpo, ovunque, non si sa. Satyananda non ha dubbi: sono il corpo psichico, fisico ed emozionale a ricevere cambiamenti, ma nel commento si legge un inquietante "può darsi". 

Da un punto di vista logico nel commento secondo me non si evince molto, c'è una sorta di descrizione molto, molto concisa, di cosa si ottiene con la pratica del kriya yoga, ovvero la riduzione dei klesha e il raggiungimento del samadhi, di cui comunque non si parla molto. In termini pratici ho qualche difficoltà a pensare a un'applicazione di questo sutra a ciò che pratico tutti i giorni. La prima cosa che mi viene in mente è un invito interiore a fidarmi della pratica, e in qualche modo a insistere perchè gli scopi sono nobili, e parecchio. Per associazione naturale, non posso non pensare al fatti di non dovermi attaccare ai frutti dell'azione, per questo mi sento di poter dire che si tratta di un sutra puramente descrittivo, e non di un "meditate, gente, meditate!" fatto per esaltare il praticante.

Poi leggo il commento di Paramahamsa Prananananda, e mi sento sollevato: a parte la traduzione, si inizia con una bella rassicurazione proveniente niente meno che da Lahiri Mahasaya:  il kriya Yoga serve a sradicare le difficoltà. Mi piace l'aggiunta del fatto che con la pratica si ottiene l'ascolto continuo del suono Divino Eterno: nada. Ci teniamo questa affermazione proprio perchè è di LM, anche se si tratta sempre, più o meno, dello stesso concetto: praticare il kriya yoga porta a buoni risultati, di cui o si è già parlato in precedenza (i klesha), o non si può parlare attualmente (il samadhi), o che la maggior parte di noi, semplicemente, non comprende appieno (nada).

Per me attualmente si tratta di un invito a continuare a praticare e ad approfondire lo studio dei sutra.

mercoledì 20 agosto 2014

I miei calzini e il cielo

Vedere un animale che soffre è l'apoteosi della sofferenza. Piccoli, nella maggior parte dei casi completamente indifesi. Dipendenti, soprattutto a causa della cattività impostagli in qualche modo dal Karma e da noi. E il nostro piccolo, minuscolo ego. Non esiste il carattere superminuscolo, ma qui ci vorrebbe davvero. Fintantochè li osserviamo attraverso i nostri finti specchi oculari, orpelli difettosi, siamo sempre noi a soffrire, mai loro, realmente. Loro sono realizzati. Loro si limitano a vivere, nell'Eterno Presente, e poi a morire, cosa poco significativa, proprio perchè il loro saper cogliere il momento è una capacità veramente innata.

Eppure qualcosa ci lega, eppure quasi tutto ci sfugge. Il bello è proprio quello. Come in meditazione: nei libri è tutto chiaro, otto passi, due o tre fasi, il punto tra le sopracciglia o altrove. Eppure ci si siede e niente è chiaro: neanche il "nero" degli occhi chiusi è così nero come ci volevano fare credere nei testi: è un fumo in cui a tratti si sprigionano esplosioni di luce. Niente a che vedere col nero o col buio.

Quello che ci unisce è proprio quel fumo, quella pasta che in qualche modo rappresenta la sostanza di cui siamo fatti tutti, e nella quale nuotiamo tutti. La stessa pasta che costituisce te, me, i miei animaletti, i miei calzini e il cielo. E' tutto la stessa cosa. Per questo forse, e a maggior ragione, dovremmo smetterla di preoccuparci. Non c'è possibilità che le cose vadano male, solo noi decidiamo di interpretarle in questo o in quel modo. E pensate alla fatica immensa che costa quest'attività creativo-rappresentazionale. Un delirio senza fine, che ci spossa finchè, finalmente, non ci addormentiamo per un tempo un pò più lungo, abbastanza lungo da farci tornare la voglia di venire qui a sporcarci le mani.

Quello che è, effettivamente è, ed è l'unica cosa che è. Il resto è tutto, tutto interpretazione, siamo noi che decidiamo cosa e come vediamo ciò che vediamo. Basta un piccolo, minuscolo sforzo di volontà. Non amo l'idea di non avere il controllo, o di perdere il senso delle cose. Non amo l'idea di fare cose che non voglio fare, nè prendere impegni che so che non manterrò mai. Quello che mi piace e che vorrei è semplice, è una piccola lista di cose, che vede i miei animaletti che mi sopravvivono, i miei cari che mi sopravvivono, e io a praticare in mezzo a tutta questa marmaglia che mi sopravvive. La struttura del sogno consente l'istantaneità della formulazione del desiderio. Solo in questo modo, solo ammettendo che effettivamente qualcosa di istantaneo, nella vita, esiste, possiamo svegliarci per un attimo e affrontare ciò che ci fa paura.

Non è così importante decidere cosa fare e come vedere le cose in modo da raccontarlo. La cosa più importante è vivere le cose nel momento, nel casino pazzesco della complessità di come noi esseri viventi percepiamo le cose. Nessuna parola riuscirà mai a descrivere a fondo un concetto, nemmeno quelle che alla fin fine i concetti sembrano addirittura crearli. Non è possibile,  e basta.

Le scadenze sono sinonimo di paura: esami, matrimoni, risposte pianificate in un punto del futuro. Eppure anche quello è un artificio: il nostro matrimonio è solo un momento che tra meno di cento anni sarà solo polvere; non sarà nemmeno un ricordo; così i nostri soldi, la nostra bocca, le nostre cose. E' così, e non si può negare. Lo Yoga parla in una lingua che a volte non si capisce, ma solo perchè non ci fermiamo mai a riflettere sui concetti che esprime. Altrimenti la nostra felicità sarebbe meno parossistica, e il nostro cordoglio meno doloroso.

domenica 17 agosto 2014

Beyond: Yoga, Videogiochi e Visualizzazione



Sento già il pregiudizio degli integralisti pesare su questo povero, innocente articolo. Oramai è facile, perchè l'apparente libertà di informazione ci permette di postare qualsiasi cosa, e di negarlo, tornando allo Zero. Magari fosse così. Ovviamente scherzo. Lungi da me il voler inquinare la tradizione yogica con qualcosa di mondano come i videogiochi. A meno che questa contaminazione non sia funzionale al miglioramento della qualità della nostra pratica. Per chiarezza, si tratta comunque di una semplice riflessione personale, che non ha realmente alcuna  pretesa, se non quella di comunicare qualcosa di personale che è emerso durante un'esperienza personale.

Premetto di essere un videogiocatore appassionato praticamente da sempre, anche se a fasi alterne. E senza attaccamento, s'intende. Quello di cui oggi voglio parlare è un'intensa avventura video-ludica che ho affrontato lo scorso inverno e che solo adesso sono riuscito a "metabolizzare"; per questo sento di poterne scrivere con sufficiente chiarezza, sono pronto a dirvi cosa ne penso. Premessa: si tratta di un regalo, che ho giocato sostanzialmente "ad occhi chiusi", benchè piuttosto concentrati su ciò che stavo facendo, il che non è scontato quando si parla delle nuove generazioni di videogiochi (o videofilm!).
La premessa era doverosa per un motivo molto semplice: a volte implica le esperienze migliori. Tanto per citarne una, quando sono andato a vedere per la prima volta "Il Silenzio degli Innocenti" non sapevo assolutamente niente sul film, niente. E non avete idea di quanto me lo sono goduto. Torniamo a noi.

Beyond: Two Souls è un gioco nel quale vi troverete ad impersonare una ragazzina che vive a stretto contatto con un'entità che influenza in vari modi la sua vita e le sue (e le vostre) scelte. Si tratta di un'avventura appassionante e molto, molto carica emotivamente, nella quale impersonate sia la protagonista, una ragazzina "umana" estremamente carina e sensibile, sia l'entità, Aiden, che imparerete ad amare e a odiare, a seconda della scena che state vivendo. A me il gioco è piaciuto molto, ma questa non è certo la sede per decidere il numero di stelle da dare.

Quello che mi ha colpito molto, da un punto di vista "yogico" è il numero nutrito e definito di "livelli" ai quali il gioco può essere giocato: progredendo nella trama, come in una sessione di meditazione, vi renderete infatti conto della meta-vita che state vivendo: adesso siete il giocatore, che gioca distrattamente di fronte al televisore luminoso; subito dopo vi rendete conto di essere sempre stati una ragazzina innocente e problematica, che indossa disinvoltamente il volto di Ellen Page; non fate in tempo a immedesimarvi nei suoi vestiti sdruciti, che subito percepite l'unione con Aiden, l'entità che vi aiuterà ad uscire dalle situazioni più complicate.

Non si fa a tempo ad immedesimarsi in su una delle prospettive/di impersonificazione del gioco, che si inizia  a rendersi conto che c'è qualcosa di più, di più completo e complesso, e che nasconde un'innata unione dietro di sè. Yoga, appunto, da trovare dietro l'apparente separazione tra le varie anime del gioco. Ciò che vi permette di "shiftare" da una visione all'altra è il meccanismo dell'attenzione, che potete utilizzare per modulare le cromature delle vostre riflessioni circa l'avventura che state vivendo. In pratica, quando si inizia a giocare si viene completamente "dispersi": si tratta della prima fase, nella quale imparate ad essere i personaggi, a comportarvi come loro stessi vogliono essere "comportati". Il gioco in fondo ha i suoi vincoli e le sue richieste; successivamente la mente  inizia a creare spontaneamente collegamenti, a unire pezzettini di trama con un filo narrativo che scorre in modo modesto, come meglio può fare un videogioco (per quanto cinematografico), Eppure la visione di insieme, l'unità, richiede uno sforzo di volontà ulteriore, favorito dal piacere dello svolgere,  passo dopo passo, i compiti che il videogioco ci assegna.

Se portiamo sufficiente attenzione a ciò che stiamo facendo, ci rendiamo conto che l'unione con il gioco, l'identificazione con lo stesso, avviene in modo spontaneo: cresce il nostro interesse, e quindi la nostra concentrazione; successivamente iniziamo ad avere preferenze per questo o quel personaggio, la dualità in noi raggiunge il picco; lentamente tutto si destruttura: i buoni alla fin fine non sono poi così buoni, e i cattivi non sono così cattivi; una nebbia apparentemente minacciosa, come in The Mist, avvolge tutta la trama, e noi ci sentiamo non solo persi, ma anche parecchio piccoli e separati dal resto. Alla fine, tutto si unisce, nella comprensione globale delle varie sfaccettature della trama, nei collegamenti tra i personaggi che diventano delle vere e proprie identificazioni. Non so se i passi sono esattemente otto, ma so che sapete ciò a cui mi riferisco.


Giocare a un gioco significa partecipare a un lila, che questo rappresenti ciò che credete (o decidete) essere la realtà o meno. Certo non sono necessarie forzature, per vivere quest'apparente coincidenza/differenza di unità e separazione: lasciarsi vivere dal gioco, portandovi la vostra attenzione con costanza e disciplina, ma senza uno sforzo che vi snervi o vi stanchi, rappresenta la chiave per ricevere, durante il gioco, delle vere e proprie schegge di questa (non) concettualizzazione.

Assolutamente sì: è una cosa che si può esperire anche giocando a Pacman; o nel non fare assolutamente niente; arrivarci tramite il gioco aiuta tuttavia la mente ad iniziare ad entrare nell'ordine di idee che c'è qualcosa oltre l'apparente separazione tra le cose che ancora vi sembrano diverse e distinte. Provate, osservate, e sentite.

Uno degli aspetti che emerge e viene confermato per l'ennesima volta è che prima di esperire qualche risultato dovrete lasciar passare del tempo. Pensate alla meditazione. Le prime sessioni non sono certo una passeggiata di salute; vi alzate, vi rimettete a sedere; poi vi rialzate e rinunciate definitivamente, e dopo pochi minuti siete nuovamente seduti. State praticando e, nel frattempo, il tempo passa. Dovete darvi del tempo; quanto tempo? Quanto serve. Beyond si gusta appieno solo dopo qualche ora di gioco, e penso che questo principio sia estendibile a una serie abbastanza nutrita di videogiochi o esperienze nostrane.

La cosa buffa è che fin dall'inizio siete quello che siete. Niente cambia realmente. Quello che cambia è la vostra consapevolezza, tanto per cambiare; il concetto si ripete, dato che è importante. Se insistete, accadrà qualcosa di molto particolare; immaginate di essere in una terra vergine, nella quale sapete scorrere petrolio in qualche modo. Quella è la vostra Fede, il motivo per cui fate lo Yoga e per cui giocate a Beyond. Le due cose sono molto più simili di quello che pensate. Lo fate perchè sapere che in qualche modo la cosa vi serve, vi fa bene, vi porta bene.

Se foste profondamente convinti che la cosa non serve a niente o fa addirittura male, beh, non lo fareste; siete troppo materialisti e utilitaristi e non perdereste tempo a farlo. Il giorno che iniziate a giocare a Beyond, o a praticare Yoga sapete che state facendo qualcosa che vi fa bene. Riflettete bene su quanta roba ci sia in un attimo di vita vissuta consapevolmente, che stiate giocando a Beyond o che stiate facendo per la prima volta la posa dell'Albero. Siate svegli.