Sento già il pregiudizio degli integralisti pesare su questo povero, innocente articolo. Oramai è facile, perchè l'apparente libertà di informazione ci permette di postare qualsiasi cosa, e di negarlo, tornando allo Zero. Magari fosse così. Ovviamente scherzo. Lungi da me il voler inquinare la tradizione yogica con qualcosa di mondano come i videogiochi. A meno che questa contaminazione non sia
funzionale al miglioramento della qualità della nostra pratica. Per chiarezza, si tratta comunque di una semplice riflessione personale, che non ha realmente alcuna pretesa, se non quella di comunicare qualcosa di personale che è emerso durante un'esperienza personale.
Premetto di essere un
videogiocatore appassionato praticamente da sempre, anche se a fasi alterne. E senza attaccamento, s'intende. Quello di cui oggi voglio parlare è un'
intensa avventura video-ludica che ho affrontato lo scorso inverno e che solo adesso sono riuscito a "metabolizzare"; per questo sento di poterne scrivere
con sufficiente chiarezza, sono pronto a dirvi cosa ne penso. Premessa: si tratta di un regalo, che ho giocato sostanzialmente "ad occhi chiusi", benchè
piuttosto concentrati su ciò che stavo facendo, il che non è scontato quando si parla delle
nuove generazioni di videogiochi (o videofilm!).
La premessa era doverosa per un motivo molto semplice: a volte implica le esperienze migliori. Tanto per citarne una, quando sono andato a vedere per la prima volta "Il Silenzio degli Innocenti" non sapevo
assolutamente niente sul film, niente. E non avete idea di quanto me lo sono goduto. Torniamo a noi.
Beyond: Two Souls è un gioco nel quale vi troverete ad impersonare una ragazzina che vive a stretto contatto con un'entità che influenza in vari modi la sua vita e le sue (e le vostre) scelte. Si tratta di un'
avventura appassionante e molto, molto
carica emotivamente, nella quale impersonate sia la protagonista, una ragazzina "umana" estremamente carina e sensibile, sia l'entità,
Aiden, che imparerete ad amare e a odiare, a seconda della scena che state
vivendo. A me il gioco è piaciuto molto, ma questa non è certo la sede per decidere il numero di stelle da dare.
Quello che mi ha colpito molto, da un punto di vista "yogico" è il numero
nutrito e definito di "livelli" ai quali il gioco può essere giocato: progredendo nella trama, come in una
sessione di meditazione, vi renderete infatti conto della
meta-vita che state vivendo: adesso siete
il giocatore, che gioca distrattamente di fronte al televisore luminoso; subito dopo vi rendete conto di essere sempre stati una
ragazzina innocente e problematica, che indossa disinvoltamente il volto di
Ellen Page; non fate in tempo a immedesimarvi nei suoi vestiti sdruciti, che subito percepite l'unione con
Aiden, l'entità che vi aiuterà ad uscire dalle situazioni più complicate.
Non si fa a tempo ad immedesimarsi in su una delle prospettive/di impersonificazione del gioco, che si inizia a rendersi conto che c'è qualcosa di più, di più completo e complesso, e che nasconde un'
innata unione dietro di sè. Yoga, appunto, da trovare dietro l'apparente separazione tra le varie anime del gioco. Ciò che vi permette di "shiftare" da una visione all'altra è il meccanismo dell'
attenzione, che potete utilizzare per modulare le
cromature delle vostre riflessioni circa l'avventura che state vivendo. In pratica, quando si inizia a giocare si viene completamente "dispersi": si tratta della prima fase, nella quale imparate ad essere i personaggi, a comportarvi come loro stessi vogliono essere "comportati". Il gioco in fondo ha
i suoi vincoli e le sue richieste; successivamente la mente inizia a creare spontaneamente collegamenti, a unire pezzettini di trama con un filo narrativo che scorre in modo modesto, come meglio può fare un videogioco (per quanto cinematografico), Eppure la visione di insieme, l'unità, richiede uno sforzo di volontà ulteriore, favorito dal piacere dello svolgere, passo dopo passo,
i compiti che il videogioco ci assegna.
Se portiamo sufficiente attenzione a ciò che stiamo facendo, ci rendiamo conto che l'unione con il gioco, l'
identificazione con lo stesso, avviene in modo spontaneo: cresce il nostro interesse, e quindi la nostra concentrazione; successivamente iniziamo ad avere preferenze per questo o quel personaggio, la dualità in noi raggiunge il picco; lentamente tutto si destruttura: i buoni alla fin fine non sono poi così buoni, e i cattivi non sono così cattivi; una nebbia apparentemente minacciosa, come in
The Mist, avvolge tutta la trama, e noi ci sentiamo non solo persi, ma anche parecchio piccoli e separati dal resto. Alla fine, tutto si unisce, nella comprensione globale delle varie sfaccettature della trama, nei collegamenti tra i personaggi che diventano delle vere e proprie identificazioni. Non so
se i passi sono esattemente otto, ma so che sapete ciò a cui mi riferisco.
Giocare a un gioco significa partecipare a un
lila, che questo rappresenti
ciò che credete (o decidete) essere la realtà o meno. Certo non sono necessarie forzature, per vivere quest'apparente coincidenza/differenza di unità e separazione: lasciarsi vivere dal gioco, portandovi la vostra attenzione con costanza e disciplina, ma senza uno sforzo che vi snervi o vi stanchi, rappresenta la chiave per ricevere, durante il gioco, delle vere e proprie schegge di questa (non) concettualizzazione.
Assolutamente sì: è una cosa che si può esperire anche giocando a Pacman; o nel non fare assolutamente niente; arrivarci tramite il gioco aiuta tuttavia la mente ad iniziare ad entrare nell'ordine di idee che c'è qualcosa oltre l'apparente separazione tra le cose che ancora vi sembrano diverse e distinte.
Provate, osservate, e sentite.
Uno degli aspetti che emerge e viene confermato per l'ennesima volta è che prima di esperire qualche risultato dovrete lasciar passare del tempo. Pensate alla meditazione. Le prime sessioni non sono certo una passeggiata di salute; vi alzate, vi rimettete a sedere; poi vi rialzate e rinunciate definitivamente, e dopo pochi minuti siete nuovamente seduti. State praticando e, nel frattempo,
il tempo passa. Dovete darvi del tempo; quanto tempo? Quanto serve. Beyond si gusta appieno solo dopo qualche ora di gioco, e penso che questo principio sia estendibile a una serie abbastanza nutrita di videogiochi o
esperienze nostrane.
La cosa buffa è che fin dall'inizio siete quello che siete. Niente cambia realmente. Quello che cambia è la vostra consapevolezza, tanto per cambiare; il concetto si ripete, dato che è importante. Se insistete, accadrà qualcosa di molto particolare; immaginate di essere in una
terra vergine, nella quale sapete scorrere petrolio in qualche modo. Quella è la vostra Fede, il motivo per cui fate lo Yoga e per cui giocate a Beyond. Le due cose sono molto più simili di quello che pensate. Lo fate perchè sapere che in qualche modo la cosa vi serve, vi fa bene, vi porta bene.
Se foste profondamente convinti che la cosa non serve a niente o fa addirittura male, beh, non lo fareste; siete troppo materialisti e utilitaristi e non perdereste tempo a farlo. Il giorno che iniziate a giocare a Beyond, o a praticare Yoga sapete che state facendo qualcosa
che vi fa bene. Riflettete bene su quanta roba ci sia in un attimo di vita vissuta consapevolmente, che stiate giocando a Beyond o che stiate facendo per la prima volta la posa dell'Albero. Siate
svegli.