Vedere un animale che soffre è l'apoteosi della sofferenza. Piccoli, nella maggior parte dei casi completamente indifesi. Dipendenti, soprattutto a causa della cattività impostagli in qualche modo dal Karma e da noi. E il nostro piccolo, minuscolo ego. Non esiste il carattere superminuscolo, ma qui ci vorrebbe davvero. Fintantochè li osserviamo attraverso i nostri finti specchi oculari, orpelli difettosi, siamo sempre noi a soffrire, mai loro, realmente. Loro sono realizzati. Loro si limitano a vivere, nell'Eterno Presente, e poi a morire, cosa poco significativa, proprio perchè il loro saper cogliere il momento è una capacità veramente innata.
Eppure qualcosa ci lega, eppure quasi tutto ci sfugge. Il bello è proprio quello. Come in meditazione: nei libri è tutto chiaro, otto passi, due o tre fasi, il punto tra le sopracciglia o altrove. Eppure ci si siede e niente è chiaro: neanche il "nero" degli occhi chiusi è così nero come ci volevano fare credere nei testi: è un fumo in cui a tratti si sprigionano esplosioni di luce. Niente a che vedere col nero o col buio.
Quello che ci unisce è proprio quel fumo, quella pasta che in qualche modo rappresenta la sostanza di cui siamo fatti tutti, e nella quale nuotiamo tutti. La stessa pasta che costituisce te, me, i miei animaletti, i miei calzini e il cielo. E' tutto la stessa cosa. Per questo forse, e a maggior ragione, dovremmo smetterla di preoccuparci. Non c'è possibilità che le cose vadano male, solo noi decidiamo di interpretarle in questo o in quel modo. E pensate alla fatica immensa che costa quest'attività creativo-rappresentazionale. Un delirio senza fine, che ci spossa finchè, finalmente, non ci addormentiamo per un tempo un pò più lungo, abbastanza lungo da farci tornare la voglia di venire qui a sporcarci le mani.
Quello che è, effettivamente è, ed è l'unica cosa che è. Il resto è tutto, tutto interpretazione, siamo noi che decidiamo cosa e come vediamo ciò che vediamo. Basta un piccolo, minuscolo sforzo di volontà. Non amo l'idea di non avere il controllo, o di perdere il senso delle cose. Non amo l'idea di fare cose che non voglio fare, nè prendere impegni che so che non manterrò mai. Quello che mi piace e che vorrei è semplice, è una piccola lista di cose, che vede i miei animaletti che mi sopravvivono, i miei cari che mi sopravvivono, e io a praticare in mezzo a tutta questa marmaglia che mi sopravvive. La struttura del sogno consente l'istantaneità della formulazione del desiderio. Solo in questo modo, solo ammettendo che effettivamente qualcosa di istantaneo, nella vita, esiste, possiamo svegliarci per un attimo e affrontare ciò che ci fa paura.
Non è così importante decidere cosa fare e come vedere le cose in modo da raccontarlo. La cosa più importante è vivere le cose nel momento, nel casino pazzesco della complessità di come noi esseri viventi percepiamo le cose. Nessuna parola riuscirà mai a descrivere a fondo un concetto, nemmeno quelle che alla fin fine i concetti sembrano addirittura crearli. Non è possibile, e basta.
Le scadenze sono sinonimo di paura: esami, matrimoni, risposte pianificate in un punto del futuro. Eppure anche quello è un artificio: il nostro matrimonio è solo un momento che tra meno di cento anni sarà solo polvere; non sarà nemmeno un ricordo; così i nostri soldi, la nostra bocca, le nostre cose. E' così, e non si può negare. Lo Yoga parla in una lingua che a volte non si capisce, ma solo perchè non ci fermiamo mai a riflettere sui concetti che esprime. Altrimenti la nostra felicità sarebbe meno parossistica, e il nostro cordoglio meno doloroso.
Nessun commento:
Posta un commento